Alfredo Jaar, “Due o tre cose che so dei mostri”, 2019, Courtesy l’artista e Fondazione Merz

La seconda edizione della Biennale Arcipelago Mediterraneo è in pieno svolgimento. Fa seguito ad altre due manifestazioni: Palermo Capitale della Cultura italiana e Manifesta12 che hanno caratterizzato l’offerta del capoluogo siciliano durante l’intero 2018. Questa edizione di BAM – come già la precedente tenutasi nel 2017 – è un festival internazionale di teatro, musica e arti visive dedicato alle culture dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo: considerato come orizzonte umano prima ancora che geografico.

L’elenco delle attività e dei protagonisti del festival è troppo lungo per poter essere citato in breve spazio. Ne ricordiamo solo alcune quali la grande installazione di Alfredo Jaar che abbraccia l’interno del Teatro Bellini: una frase quanto mai attuale di Antonio Gramsci “Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo deve ancora comparire. E in questo chiaroscuro nascono mostri”.

Questo aforisma Jarr lo ha realizzato con tubi di neon appesi sopra i pachi di una platea immersa in una luce rossa, tra sedie rovesciate come dopo una fuga precipitosa. 

O la poesia visiva che appare all’imbrunire sulle pareti della poderosa quanto struggente “chiesa senza tetto” detta dello Spasimo: un lavoro video di Michal Rovner, costituito da un susseguirsi di ombre di figure umane in cammino che si dirigono tra crepe e fratture: quelle create dall’artista e quelle realmente esistenti all’interno dell’architettura.

E ancora People of Tamba and Senegal / Sicily. Il progetto fotografico di Giovanni Hänninen, composto da 200 ritratti scattati in una regione rurale del Senegal che è il punto di partenza della maggiore migrazione clandestina proveniente da quel Paese. I ritratti, riprodotti a grandezza naturale, sono stati incollati su superfici tra le meno prevedibili nell’intera città: nel centro storico, nelle sue periferie, al porto, alla stazione centrale, all’aeroporto…

Mentre i media ci hanno abituati a una contabilità quasi giornaliera di quanti migranti sono arrivati sulla costa siciliana, quanti sono morti e quanti sono tenuti prigionieri sulle coste libiche, l’onda xenofoba che coinvolge l’intera Europa ignora le loro storie personali: il ruolo precedente nella società, il motivo spesso ingannevole per cui hanno deciso di partire, il rischio a cui si sono sottoposti, i sogni e le amarezze di chi è rimasto.

Il progetto di Hänninen è co-sviluppato dalla Scuola creata dal palermitano Dario Nepoti. La Scuola politica Gibel – al suo secondo anno di vita – ha coinvolto nelle sue attività docenti, esperti di varie discipline e appunto artisti come Hänninen intorno ai temi della geopolitica contemporanea. E’ un esempio di come l’attività della giunta palermitana guidata da Leoluca Orlando, comici a lasciare il segno anche al di fuori delle manifestazioni dirette tipiche di un amministrazione pur illuminata come questa.

Tre anni di manifestazioni tutte incessantemente incentrate intorno a temi dell’accoglienza e del dialogo mostrano la volontà di accreditare la città come laboratorio sociale in questa area del mondo. Posta al centro del Mediterraneo Palermo si colloca sul confine più a Sud del continente europeo e al contempo sulla linea che sfiora a Nord quello africano e a nord-ovest l’area medio-orientale.

“Ma la posizione geografica per se stessa non significherebbe nulla: la centralità deriva piuttosto da un’assunzione di responsabilità. E’ in atto un cambiamento epocale di cui la Sicilia è protagonista: quello delle migrazioni è un tema che va affrontato con la consapevolezza che il mondo si sta trasformando e le persone che arrivano sono la testimonianza più evidente di questo cambiamento”.

A esprimersi in questo modo è Andrea Cusumano, altro palermitano doc, direttore artistico della BAM da lui stesso ideato durante il periodo in cui ha ricoperto l’incarico di Assessore alla cultura dell’attuale giunta (2016-8). Cusumano ha lasciato il suo incarico di professore associato presso la Goldsmith Univerity di Londra per a costruire una narrazione intorno alla visione che Orlando ha messo nero su bianco nella Carta di Palermo incentrata intorno al concetto del diritto alla mobilità internazionale: un modo completamente nuovo per affrontare la regolazione del flusso migratorio che propone l’abolizione dei permessi di soggiorno in favore di una radicale adozione della cittadinanza come strumento di inclusione e di partecipazione alla vita pubblica.

Per Cusumano “La cultura non è la ciliegina sulla torta della politica: è invece il fondamento epistemologico di qualsiasi cambiamento. Se non cambia il modo di interpretare la realtà qualunque forma di evoluzione risulta insostenibile”.

La Sicilia il Sud e l’intera Penisola hanno mille problemi: quello degli sbarchi è innegabile, ma non è certo tra i più rilevanti. E tuttavia l’isteria collettiva ha sostituito la riflessione quanto mai necessaria intorno al tema della mobilità umana: i frutti avvelenati di questa isteria hanno già cominciato a manifestarsi. Primato dell’Europa nel mondo è sempre stato quello di mettere i diritti della persona ancora prima di quelli di cittadinanza al centro.

Un ethos che sembrava fosse riuscita a costruire dopo la seconda Guerra mondiale e proprio a causa di quanto accaduto durante quell’assurdo massacro: essere un baluardo di civiltà di fronte ad altre potenze in crescita esclusivamente come forze economiche e militari. La perdita d’identità che l’Europa sta vivendo non dipende dunque dall’invasione migratoria ma dall’indifferenza di fronte a palesi violazioni dei diritti umani. 

Che proprio una città all’estremo Sud del continente come Palermo -scampata a una storia recente di mafia, violenza, sopraffazione- si proponga ora come baluardo dei valori fondanti dell’Europa è certamente cosa nuova. 

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