NEL 1994 due giorni di piogge intensissime hanno devastato il Piemonte, causando l’esondazione del Po e del Tanaro, settanta vittime, e circa nove miliardi di lire di danni. L’impatto economico dell’alluvione più disastrosa che si è verificata in Italia negli anni Settanta si ferma, invece, ai due miliardi di lire. Stime che non tengono conto di alcuni fattori – per esempio l’inflazione -, ma danno un’idea di come i costi dei danni provocati da eventi naturali estremi siano cresciuti esponenzialmente negli ultimi cinquant’anni. Una tendenza catturata da un nuovo studio pubblicato su Pnas e condotto dalla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa insieme ai colleghi della Pennsylvania State University, negli Stati Uniti.

La ricerca ha analizzato i dati relativi ai danni determinati da disastri avvenuti in tutto il mondo tra il 1960 ed il 2014. Ma, spiega Matteo Coronese, primo autore dello studio e dottorando in economia alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa “abbiamo preso in considerazione solamente quegli eventi estremi collegati dalla letteratura scientifica al cambiamento climatico, come tempeste, uragani, ondate di calore, siccità, incendi e frane. Mentre ne abbiamo escluso altri, per esempio i terremoti”. I risultati mostrano che l’impatto economico di questo tipo di disastri, quando particolarmente nefasti (tra l’1% dei più dannosi), è aumentato di circa venti volte.

“Per essere più concreti, un singolo evento di questa rarità nel 1970 causava circa 500 milioni di dollari di danni, mentre nel 2010 le perdite erano già salite a dieci miliardi di dollari – prosegue Coronese -. Ovviamente l’aumento è in parte dovuto alla crescita della popolazione e della ricchezza potenzialmente distruttibile, ad esempio gli edifici. Ma, una volta tenuti in considerazione questi fattori, l’impatto economico degli eventi estremi risulta comunque raddoppiato. Più precisamente stimiamo che, ogni anno, un evento catastrofico (tra l’1% dei più dannosi) costi circa 26 milioni di dollari in più rispetto all’anno precedente. Il tutto al netto degli aumenti attribuibili all’evoluzione di reddito, popolazione e prezzi”.

Un altro dato interessante che emerge dall’analisi riguarda le zone geografiche in cui il conto presentato da madre natura sale a ritmo più sostenuto, ovvero le aree climatiche temperate che fino ad ora sono state storicamente meno colpite da eventi estremi, come l’Europa. Gli scienziati sottolineano che la nuova ricerca “non esamina in che misura quest’aumento sia attribuibile in modo diretto al cambiamento climatico” e che un collegamento richiede ulteriori studi “per i quali sono necessari dati addizionali e più precisi”. Eppure, “non ci sono più dubbi sul fatto che una Terra più calda generi eventi più estremi e, quindi, potenzialmente più disastrosi”, commenta Sandro Carniel, oceanografo e direttore del dipartimento di ricerca del Centro NATO CMRE di La Spezia, non coinvolto nella nuova analisi. “Accade con gli uragani dell’Atlantico, che da un mare sempre più caldo traggono maggiore energia per i loro percorsi distruttivi, ma succede anche nel Mediterraneo”.

Nel 2018 una ricerca firmata Enea-Cnr ha dimostrato che, a causa dell’innalzamento della temperatura superficiale dell’acqua dovuta al riscaldamento globale, nei mari italiani è sempre più probabile il verificarsi di trombe marine e tornado intensi. Non a caso spesso ormai si parla di Medicane, cioè di cicloni tropicali mediterranei. “Dal punto di vista termodinamico le cose sono chiare: è come aumentare il fuoco sotto una pentola di acqua salata, il ciclo dell’acqua che ne consegue viene accelerato e scarica più energia”, conclude Carniel.


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Carlo Verdelli
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