UNA silenziosa strage di elefanti, dallo Sri Lanka alla Malesia, in cui si contano decine di esemplari uccisi in tutto il mondo per la brutalità dell’uomo. Si va dall’elefantessa Tikiri, anziana ed emaciata, morta dopo essere stata costretta a sfilare, sino ad un elefante di 5 anni ucciso dalle trappole in India, casi che vanno ad aggiungersi ad altri elefanti ammazzati in Botswana da cacciatori d’avorio sino a 7 elefanti avvelenati sempre in Sri Lanka. Nonostante gli allarmi lanciati a più riprese da etologi, biologi e conservazionisti, gli elefanti del mondo continuano a morire per mano dell’uomo. L’ultimo episodio è legato al ritrovamento dei resti di almeno 7 elefanti femmina, tra cui una incinta, scovati in una porzione di giungla dello Sri Lanka nella riserva forestale di Habarana. 

Questi maestosi pachidermi asiatici, della specie Elephas maximus maximus, inseriti nella Lista Rossa Iucn come animali protetti perché a rischio estinzione, secondo la polizia sono stati probabilmente avvelenati da alcuni contadini dei villaggi che li avrebbero uccisi perché danneggiavano le loro coltivazioni. A minacciare questa specie, di cui ora si contano poco meno di 7 mila esemplari nell’area, è spesso l’espansione dell’agricoltura e la riduzione dell’habitat: gli animali selvaggi, che si muovono liberamente per i terreni, sono spesso preda di agricoltori che tentano di allontanarli dai campi.

Con sempre meno cibo a disposizione e sempre più terreni coltivati, si assottigliano i confini fra uomini ed elefanti e si verificano così sempre più casi di aggressione da parte dei contadini, ma anche episodi in cui gli elefanti mostrano comportamenti aggressivi verso l’uomo a causa dello stress a cui sono sottoposti. Uccidere elefanti, nello Sri Lanka, è illegale: nonostante ciò, soltanto la settimana prima del ritrovo dei sette corpi, un altro elefante era stato ammazzato a fucilate. 

Negli ultimi mesi, oltre ad aver assistito a scene in cui elefanti imbizzarriti e stressati hanno caricato la folla durante alcune processioni religiose, nello Sri Lanka tiene banco anche la polemica per le condizioni di salute di dozzine di animali tenuti in cattività in terribili condizioni e usati a scopo turistico per farli sfilare nei festival locali.  Uno di questi pachidermi, l’elefantessa di nome Tikiri di 70 anni, costretta ad esibirsi durante l’Esala Perahera, era stata immortalata da un fotografo: denutrita, malata e stanca, le immagini del suo corpo emaciato avevano fatto il giro del web. Poco dopo che diverse associazioni ambientaliste, grazie alla viralità di quelle fotografie, erano riuscite ad evitare che sfilasse ancora, Tikiri è morta. 

Soltanto da poche settimane era stata restituita al suo custode a Rambukkana, villaggio vicino all’orfanotrofio degli elefanti di Pinnawala. Lì e deceduta poco dopo, mentre il custode afferma di voler scoprirne ora la causa del decesso “grazie all’aiuto di un veterinario”.  Ma lo Sri Lanka è soltanto uno dei tanti paesi, dall’Asia all’Africa, dove nonostante ingenti sforzi per la conservazione gli elefanti sono ancora sotto costante tiro. Pochi giorni fa la polizia a Tawau, nel Borneo, ha arrestato quattro persone che hanno brutalmente ucciso, crivellandolo di colpi, un elefante. Il corpo del pachiderma, ucciso per le sue zanne d’avorio, è stato martoriato da 70 colpi di arma da fuoco, una azione così brutale da suscitare fortissime polemiche in Malesia. Mentre in India a Kalkothi è da poco stato recuperato un altro elefante deceduto, ucciso grazie a una trappola probabilmente costruita da alcuni contadini del posto, in Africa, specialmente in Botswana, si continua a discutere sulla caccia agli elefanti.

In questo Paese, che ospita 130 mila elefanti selvaggi, dal 2014 cacciare questi animali a scopo trofeo era vietato: da maggio il divieto è stato revocato. Riprendono le morti e la vendita d’avorio, gettando i maestosi elefanti in una spirale di insicurezza totale per il loro futuro.

“La Repubblica si batterà sempre in difesa della libertà di informazione, per i suoi lettori e per tutti coloro che hanno a cuore i principi della democrazia e della convivenza civile”

Carlo Verdelli
ABBONATI A REPUBBLICA

Source link