Il M5S si riprende la bandiera dell’antipolitica, e il Pd rimane aggrappato alla promessa di varare una legge elettorale. I democrat firmano una cambiale in bianco con la garanzia che forse, un giorno, si proverà  a cambiare la legge elettorale. “Suicidio”, “tacchini”, “schifezza”, sono queste le parole che scandiscono i democratici subito dopo aver approvato la riforma che sancisce il definitivo taglio dei parlamentari. Ed è vero che alla fine non si sono verificate sorprese. Con un voto quasi plebiscitario. Il dissenso annunciato infatti si dissolve davanti alla paura di ritornare alle urne. Anche perché mancano ancora tre anni alla scadenza naturale e non si è raggiunto il termine di quattro anni e sei mesi per avere il diritto al vitalizio.

 

Eppure non è un giorno di festa per il Partito democratico. Perché si tratta di una capriola repentina nel segno del governismo che si può  scorgere nel volto del sottosegretario  Andrea Giorgis che indossa una cravatta scura e conferma che non è una casualità ma, come sussurra al vicesegretario Andrea Orlando, “è un abbinamento voluto”. Che ci sia malumore, imbarazzo, lo si capisce anche osservando la botticelliana Marianna Madia, che seduta in un divanetto del Transatlantico guarda l’interlocutore al suo fianco e con sorriso caustico riconosce: “Cosa le devo dire, sono gli accordi di governo”. I volti sono scuri, le facce sono basse, tra i democratici. Nessuno ha il coraggio di difendere una riforma che i democrat hanno subito, che non appartiene al dna del Pd. Anzi, rappresenta l’ennesimo cedimento all’antipolitica dei grillini. Nicola Pellacani, occhialuto parlamentare del Pd alla prima legislatura, esce dall’aula, si dirige verso la buvette e sbuffa: “E’ un suicidio, un suicidio. Finirò nei libri di storia per avere dato il via libera a una schifezza…”.  Il clima è un po’ questo, in una giornata che qualcuno nel Pd definisce “surreale”, altri ancora come “la fine della politica”. Ed è un sentimento che anche Andrea Romano mette nero su bianco, prima di  addentare un po’ di frutta: “C’è molto imbarazzo”. E non è certo un caso se  anche Carmelo Miceli, palermitano doc, avvocato penalista, renziano, ma rimasto nel Pd, la mette così: “Noi siamo dei tacchini”.

 

E’ vero in casa PD si fa finta di guardare avanti. Andrea Orlando, ad esempio, profetizza il crollo del leader del Carroccio: “Con il taglio dei parlamentari se Salvini scende al 25 per cento prenderà meno parlamentari di quelli che ha adesso”. Ed eccolo, a proposito del Capitano della Lega, Giancarlo Giorgetti, il deus ex machina del leghismo. In camicia bianca, sneakers, e giacca blu, Giorgetti fugge dai cronisti e alla domanda su quale sarà l’atteggiamento di via Bellerio, se voteranno o meno la riforma costituzionale alla quale hanno già detto di sì nelle tre letture precedenti,  l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio spiffera un “che ne sono, decide il capogruppo”. Ed è proprio in quell’istante che dentro l’emiciclo, che a breve non sarà così grande ma subirà una sforbiciata di 230 poltroncine, insomma l’aula dovrà essere rimodulata, Igor Iezzi, leghista della prima ora, cresciuto a pane e Salvini, si sgola rivolgendosi ai cinquestelle: “Spiegateci perché non abbiamo fatto il taglio ad agosto per poi andare al voto. Ce lo dovete spiegare….”.

 

E mentre tutto questo succedeva, i parlamentari di ogni colore si disperavano. L’azzurro Roberto Cassinelli smontava il risparmio economico dovuto al via libera del taglio di deputati e senatori. “Lo dico da genovese, stiamo parlando di un risparmio pari allo 0,005 del debito pubblico italiano”. Un altro berlusconiano doc, Giorgio Mulè, profetizzava: “E’ una legge taglia e cuci, taglia i parlamentari e cuce il governo”. In questo contesto, in cui ognuno dice o spara la sua, l’ex grillina Gloria Vizzini si vanta: “Tutti i miei ex colleghi di partito vorrebbero votare contro, ma solo io posso farlo”. E a pochi metri di distanza, Pier Luigi Bersani prendeva sottobraccio il sottosegretario Giorgis e gli mormorava: “Anche la mia proposta di riforma del 2013 avrebbe portato il taglio dei deputati a 400. Dopodiché ci mettevo di mezzo tante altre cose, non parlavo di poltrone, ma parlavo di funzionalità del Parlamento. La cosa più importante sulla quale è necessario intervenire sono i regolamenti parlamentari. E per farla andare avanti questa riforma bisogna correggerla, inserirci una serie di misure. Certo si è messo un po’ il carro davanti ai buoi e adesso si sta ricostruendo l’ordine”.

Ad ogni modo il mattatore di giornata resta Vittorio Sgarbi che pronuncia parole di fuoco contro i grillini, contro l’ex comico e contro “Forza Italia Viva”. “Stiamo assistendo a un voto di scambio senza precedenti, si concede a un governo illegittimo e a una banda di parlamentari di fare uno stupro del parlamento che ricorda quello fatto a casa di Grillo, di cui si è parlato solo 4 minuti sui giornali, da 4 uomini tra cui il figlio”. E anche se viene richiamato dalla presidenza, il critico d’arte non si ferma, sbraita, chiede il voto segreto, a più riprese, fino all’ultimo secondo utile. Gli risponde per le rime il deputato palermitano grillino, Giorgio Trizzino, noto per la sua amicizia con il Capo dello Stato: “Qui non c’è non nessuno che siede abusivamente. Tra le sedie del movimento cinquestelle siedono professionisti qualificati”. Risate dai banchi del Pd, ma anche dalle postazioni dei renziani, dove Maria Elena Boschi in camicia rosa e il consigliere economico Luigi Marattinsghignazzano per l’uscita dell’alleato Trizzino.

E siamo così arrivati al voto finale. Tutto pronto. Nei banchi del governo ci sono tutti: da Luigi Di Maio, Riccardo Fraccaro al premier Giuseppe Conte, dal ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri a Lorenzo Guerini.  Alle ore 17 e 49 l’emiciclo di Montecitorio dà il via libero alla riforma costituzionale con 553 voti favorevoli. I contrari sono solo 14. Di Maio si alza, stringe forte la mano di Fraccaro e gli sussurra: “Non lo voleva nessuno, ce l’abbiamo fatta, è una giornata storica”. Dai banchi del Pd nessuno applauso, nessuna esultanza, solo facce scure.  Anzi. “Vivremo altre giornate storiche quando daremo più soldi in busta paga ai lavoratori”, gli replicherà poco dopo il ministro Provenzano. Insomma, il clima è un po’ questo. Altro che festa. 

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